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domenica 22 novembre 2009

ACQUA AI PRIVATI E BENI SEQUESTRATI ALLE MAFIE IN VENDITA: ADESSO BASTA!!!



Acqua privatizzata
“MALEDETTI VOI….!”
Non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell’acqua , che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi :” Maledetti voi ricchi….!”
Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua .
Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è diritto fondamentale umano.
E’ la più clamorosa sconfitta della politica. E’ la stravittoria dei potentati economico-finanziari, delle lobby internazionali. E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.
A farne le spese è ‘sorella acqua’, oggi il bene più prezioso dell’umanità, che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’aumento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese( bollette del 30-40% in più, come minimo),ma soprattutto dagli impoveriti del mondo. Se oggi 50 milioni all’anno muoiono per fame e malattie connesse, domani 100 milioni moriranno di sete. Chi dei tre miliardi che vivono oggi con meno di due dollari al giorno, potrà pagarsi l’acqua? “
Noi siamo per la vita, per l’acqua che è vita, fonte di vita. E siamo sicuri che la loro è solo una vittoria di Pirro. Per questo chiediamo a tutti di trasformare questa ‘sconfitta’ in un rinnovato impegno per l’acqua, per la vita , per la democrazia. Siamo sicuri che questo voto parlamentare sarà un “boomerang” per chi l’ha votato.
Il nostro è un appello prima di tutto ai cittadini, a ogni uomo e donna di buona volontà .Dobbiamo ripartire dal basso, dalla gente comune, dai Comuni.
Per questo chiediamo:
AI CITTADINI di
-protestare contro il decreto Ronchi , inviando e -mail ai propri parlamentari;
-creare gruppi in difesa dell’acqua localmente come a livello regionale;
-costituirsi in cooperative per la gestione della propria acqua.
AI COMUNI di
-indire consigli comunali monotematici in difesa dell’acqua;
-dichiarare l’acqua bene comune,’ privo di rilevanza economica’;
-fare la scelta dell’AZIENDA PUBBLICA SPECIALE.
LA NUOVA LEGGE NON IMPEDISCE CHE I COMUNI SCELGANO LA VIA DEL TOTALMENTE PUBBLICO, DELL’AZIENDA SPECIALE, DELLE COSIDETTE MUNICIPALIZZATE .
AGLI ATO
-ai 64 ATO( Ambiti territoriali ottimali), oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico, di trasformarsi in Aziende Speciali, gestite con la partecipazione dei cittadini.
ALLE REGIONI di
-impugnare la costituzionalità della nuova legge come ha fatto la Regione Puglia;
-varare leggi regionali sulla gestione pubblica dell’acqua.
AI SINDACATI di
-pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua;
-mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.
AI VESCOVI ITALIANI di
-proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano sulla scia della recente enciclica di Benedetto XVI, dove si parla dell’”accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni o discriminazioni”(27);
-protestare come CEI (Conferenza Episcopale Italiana) contro il decreto Ronchi .
ALLE COMUNITA’ CRISTIANE di
-informare i propri fedeli sulla questione acqua;
- organizzarsi in difesa dell’acqua.
AI Partiti di
- esprimere a chiare lettere la propria posizione sulla gestione dell’ acqua;
-farsi promotori di una discussione parlamentare sulla Legge di iniziativa popolare contro la privatizzazione dell’acqua, firmata da oltre 400.000 cittadini.
L’acqua è l’oro blu del XXI secolo. Insieme all’aria , l’acqua è il bene più prezioso dell’umanità. Vogliamo gridare oggi più che mai quello che abbiamo urlato in tante piazze e teatri di questo paese : “L’aria e l’acqua sono in assoluto i beni fondamentali ed indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili- sono parole dell’arcivescovo emerito di Messina, G. Marra. L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto,e pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubbliche , che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione al costo più basso possibile.”
Alex Zanotelli, missionario comboniano

FIRMA L'APPELLO: NIENTE REGALI ALLE MAFIE, I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA

Banner "Niente regali alle mafie"
Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

giovedì 12 novembre 2009

Breviario del servo nel paese dei cortigiani, uno spaccato della società agerolese ed italiana di oggi, ...scritto nel '700!!!


L’ uomo di corte è sanza dubbio il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana»… Dai rami alti e sempreverdi dell’ Illuminismo, per la precisione dalla penna d’ oca del barone Paul H. D. d’ Holbach, compagno di Diderot all’ Enciclopedia, nonché amico di pensatori come Hume, Adam Smith e Cesare Beccaria, ritorna sugli scaffali e nel discorso pubblico un piccoloe crudele divertissement che parla al cuore dell’ odierno sistema di potere, così come quest’ ultimo ormai stabilmente si configura tra Palazzo Chigi, Villa San Martino ad Arcore, Palazzo Grazioli e villa La Certosa; con tutto quanto ne consegue in termini di ciambellani, dignitari, consiglieri, avvocati, maggiordomi, medici, preparatori atletici, e cuochi, giardinieri, menestrelli, giullari, guardie, servi, ciarlatani, ruffiani e cortigiane, queste ultime nel frattempo evolutesi nelle varie forme di parlamentari, ministre, show-girl ed escort. Insomma: la corte. Il titolo del libricino, che il Melangolo spedisce quest’ oggi in libreria (pagg. 26, euro 4) è bellissimo anche tradotto dal francese: « Saggio sull’ arte di strisciare ad uso dei Cortigiani ». E sarà pure deformazione professionale, ma a leggere le caustiche istruzioni del barone d’ Holbach s’ incontrano luoghi, persone e atmosfere di questo tempo: i salottiniprivé dietro il palco del congresso fondativo del Pdl; il book di Noemi dimenticato, per così dire, dall’ amico «birichino» sulla scrivania dell’ attempato sovrano; il «Mattinale» o rassegna stampa compilata ogni mattina da una squadra di giornalisti di fiducia con commenti e note biografiche sugli articolisti; la «smistatrice» di farfalline alla Certosa, una fisioterapista con impulsi umanitari poi regolarmente beneficiata con un seggio al Parlamento europeo. Mesi orsono, per ricevere degnamente Sarkozy, il presidente Berlusconi ha ordinato ai suoi scenografi di ricostruire nei giardini di villa Madama – che in verità davvero non se la meritavano – una tensostruttura sulle cui pareti di plastica era raffigurata la copia di una delle serre del Re Sole, neanche a farlo apposta defunto otto anni prima della nascita del barone d’ Holbach. Questi ebbe certamente il modo di conoscere e deprecare con il suo più sferzante sarcasmo i cortigiani del suo tempo, «animali anfibi» dotati di tante anime, ora insolenti e ora vili, avidi e magnanimi, audaci e vergognosamente codardi, arroganti e corretti, ma sempre e solo in funzione del Monarca che li ripaga con la sua benevolenza. «Uomini generosi- incalza- che pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo nome onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi». Ecco. Per quanto impossibile da sciogliersi, il mistero sarebbe di capire con che spirito d’ Holbach valuterebbe oggi i tanti epigoni di quella fastosa stagione di glorioso servilismo. Da Versailles a Roma, in effetti, a distanza di qualche secolo, gli esempi e le figure di post-cortigianesimo accentuato, sia pure ai vari livello di potere, non mancano certo. Si pensi all’ elegante discrezione del più celebrato Maestro di palazzo della Seconda Repubblica, Gianni Letta. Così come meriterebbe senz’ altro un cenno il personaggio di Bondi, poeta encomiastico del Cavaliere e della sua famiglia, che un giorno venne convocato in extremis a corte per svolgere il ruolo del quattordicesimo commensale, con tutto che aveva appena finito di mangiare. Così come assumerebbero forse un rilievo gli appelli di Veronica a proteggere il Re dalle sue derive, dai suoi abbandoni, dalle sue malattie, dalle sue dipendenze; oppure, su di un piano più sentimentale, le lamentazioni di Emilio Fede a proposito del sepolcro che Sua Maestà non gli ha (ancora) riservato, a differenza di Dell’ Utri e Confalonieri, nel mausoleo berlusconiano di Arcore. In fondo seguitano a vibrare gli impietosi ammaestramenti del barone d’ Holbach: «La nobile arte del cortigiano, l’ oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore». Per esempio: «Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene». E già, bisogna. Ieri come ogprivatizzazione della politica e della stessa democrazia da parte di una leadership personale e aziendale si risolve in forme espressive che richiamano inesorabilmente quelle dell’ Ancient Régime. In tale contesto la riemersione dei cortigiani è perfino prevedibile, e il descriverli ribaltandone le virtù una tentazione irresistibile. Il barone d’ Holbach morì, a 66 anni, pochi mesi prima della presa della Bastiglia. La sua «facezia filosofica» uscì postuma nel quinto tomo della Corrispondance littéraire, philosophique et critique, addressée à un souverain d’ Allemagne» di F. M. Grimm e Diderot, che aveva nagi. E infatti a tale necessità provvede quella che un tempo si sarebbe designata la favorita e che oggi tutti chiamano l’ «Ape regina»; oppure ci pensa, magari in competizione con lei, il simpatico imprenditore delle protesi di Bari, che in nome della trasparenza ha l’ accortezza di portare l’ auto «di servizio» dal carrozziere per farsi oscurare i vetri e scivolare sicuro a Palazzo nei i suoi frequenti trasbordi di carne fresca. Ben al di là del gossip, che pure nascee si configura come il linguaggio tipico delle corti, il punto politico rilevante, quasi un teorema o almeno un presagio di regressione incombente, è che la scosto tra le sue carte il manoscritto, forse perché autenticamente sovversivo con le sue lodi alla rovescia e gli incoraggiamenti all’ adattabilità, all’ adulazione, a farsi malleabili come la cera, al culto vero e proprio del sovrano – e anche su questo, tra inni «Silvio grande grande», «Silvio ci manchi», «meno male che Silvio c’ è», e poesie, foto, video e ponderosi saggi sul «sole in tasca» la distanza tra il Settecento e il 2009 si accorcia di brutto. La massima dedizione del cortigiano corrisponde all’ annullamento del sé: «Tale sublime disciplinaè forse la più grande conquista dello spirito umano». Per fare carriera è la natura stessa e il mondo animale che suggeriscono di strisciare: «Serpenti e rettili guadagnano cime e rocce su cui neanche il cavallo più impetuoso riesce ad issarsi». Si tratta di anticipare i desideri, di sopportare le sfuriate, di dissimulare le proprie emozioni «con il dominio assoluto dei muscoli facciali», anche in tempo pre-televisivo. E si potrebbe, anzi si può aggiungere con ragionevole approssimazione che è consigliabile: sganasciarsi quando il Dottore racconta la solita barzelletta; tollerare, almeno in vacanza presidenziale, la dieta idrica e purificante; imparare a memoria i testi delle canzoni di Apicella; sottostare ai ritmi di lavoro notturno senza finire con la flebo in ospedale, come accaduto anni orsono a un accorto parlamentare poi regolarmente assurto ai vertici delle istituzioni: per alti meriti, appunto, di illustre, veemente e anche un po’ fantozziana cortigianeria. -
FILIPPO CECCARELLI Repubblica — 29 ottobre 2009   pagina 49   sezione: CULTURA

domenica 1 novembre 2009

Familismo amorale: i motivi dell'arretratezza







A mezzo secolo dalla sua pubblicazione, e a 32 anni dalla seconda edizione italiana corredata da un ampio dibattito tra studiosi, il Mulino ha deciso di ripubblicare il libro di Edward Banfield The Moral Basis of a Backward Society con una approfondita introduzione di Arnaldo Bagnasco (Le basi morali di una società arretrata, pagine 194, 11,50). Esponente autorevole del pensiero conservatore americano, Banfield è stato professore nelle università di Chicago e di Harvard, consigliere di presidenti repubblicani come Nixon, Ford e Reagan, ma nel complesso un profeta inascoltato, schivo, sovente trascurato quando non addirittura avversato dall' accademia (in particolare per l' altro suo libro più noto The Unheavenly City in cui critica l' inefficacia dell' intervento nella lotta alla povertà). Ne Le basi morali di una società arretrata, Banfield sviluppa la teoria dell' assenza di risposte adeguate alla arretratezza socio-economica sulla base della ricerca empirica condotta, insieme alla moglie Laura Fasano Banfield, a Chiaromonte, una comunità della Basilicata (Montegrano nel libro). L' opera, che è ormai un classico, ha innovato il lessico delle scienze sociali introducendo il concetto di familismo amorale e ha collocato Banfield tra i precursori di un promettente approccio teorico, incentrato sul concetto di capitale sociale e sul ruolo che esso svolge nel favorire lo sviluppo economico e il rendimento delle istituzioni. Banfield non pretende di offrire, come osserva Bagnasco, una teoria generale del sottosviluppo meridionale, ma ci aiuta a comprendere alcune delle cause di quella che ho definito la modernizzazione diseguale della società italiana e ottiene questo risultato anche grazie al concetto, divenuto famoso, di familismo amorale. Si tratta di un atteggiamento che è ispirato alla regola del «massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo» e che è quindi contrario al senso civico e rivelatore di una sfiducia nella collettività. Il concetto ha suscitato un intenso dibattito ed è stato ripreso, tra gli altri, da Norberto Bobbio, che ha rilevato come gli italiani spendano tante energie e tanto coraggio per la famiglia che poco rimane per la società e lo stato, e da Carlo Tullio Altan, che ha contrapposto la cultura del familismo a quella della vita associata nella polis. Il familismo amorale si manifesta in tutte le situazioni in cui gli interessi e i valori della famiglia sono considerati non solo assolutamente prioritari ma anche in contrasto con quelli della società più ampia; in questa situazione gli obblighi nei confronti della propria famiglia possono giustificare qualsiasi tipo di comportamento, anche illegale, rifiuto delle proprie responsabilità verso la comunità e sfiducia nei confronti dello Stato. Tratti di familismo amorale appaiono ben al di là del villaggio lucano studiato da Banfield, sono tenaci e persistenti e si compendiano nel detto popolare «tengo famiglia». L' incidenza del familismo amorale non va tuttavia esagerata: l' etica centrata sulla famiglia, così diffusa in Italia, produce infatti effetti contrastanti sulla coesione sociale e la responsabilità pubblica.

Martinelli Alberto
Pagina 55 (12 dicembre 2008) - Corriere della Sera